giovedì 31 ottobre 2013

Un racconto tra i racconti: Sessanta centesimi di Laura Nanni




Sessanta centesimi

Sessanta centesimi un pacco di farina da mezzo chilo. I prezzi di questo market erano i più convenienti del quartiere.
Ahmed pensava a quanto pane poteva sfornare con tre pacchi di farina. In due avrebbero mangiato per più di una settimana.
Il roti[1] era così sottile: una palletta d’impasto di acqua e farina che stava in un pugno era sufficiente per farne uno. Una volta steso sulla tavola di legno, cuoceva in due minuti sulla piastra infuocata.
Mancavano l’olio di semi e la cipolla, di ginger gliene era rimasto un pezzetto.
Queste poche cose, rappresentavano l’essenziale per ricordare il sapore di quando stava a casa sua.
Tra qualche giorno sarebbe arrivato suo cugino Sahazad da Lahore. Immaginava già gli odori delle spezie che sarebbero venuti fuori dalla sua valigia.

Spintonato da dietro, Ahmed si allontanò dalla cassa. Qualcuno che non lo voleva neanche toccare lo aveva spinto con una gomitata nella schiena.
D’altronde sapeva di emanare un odore sgradevole. In questi ultimi giorni, da quando era arrivato, gli era stato impossibile farsi una doccia. Nello stabile dove aveva trovato posto per dormire, l’acqua non c’era.
Bisogna andare avanti dandosi una sciacquata veloce alla fontanella in strada; in fretta, nei momenti in cui non passava nessuno.
Ma era solo una situazione temporanea, questo era certo per Ahmed.
Non dubitava delle occasioni che gli si sarebbero presentate in questa città: per sistemarsi, trovare lavoro e un’abitazione dignitosa. Se lo aspettava, dopo aver affrontato quel lungo viaggio attraverso l’oceano che si era pagato con   i risparmi messi insieme con lavoretti occasionali e regalini di parenti.
Aveva, in fermento nella sua testa, tante possibili attività da inventare, ipotesi che doveva mettere a fuoco. Poteva contare anche su un diploma e sull’inglese come seconda lingua.
La busta di plastica con la farina, l’olio e le cipolle non si prendeva bene per i manici, Ahmed li annodò, così il prezioso contenuto era al sicuro.
Quattro euro e ottanta centesimi il costo totale: il prezzo per sentirsi a casa almeno per qualche ora.
Poi c’era la durata della preparazione, la cottura e infine l’atteso momento di mordere il roti, quel pezzo di storia della sua vita calda… masticarla con la calma dentro, con gli occhi che sarebbero andati dal viso dell’amico Raja alle sue mani, mentre stringono il pane denso di emozioni. In silenzio, perché il cibo è sempre un dono e bisogna ricordarlo soprattutto in certi momenti.
Dopo il pasto, le parole mescolate alla farina sarebbero andate in giro per un po’ nella stanza, fluttuando tra gli odori.

Ahmed percorreva con passo calmo la strada per arrivare al suo attuale domicilio. In fondo gli ci volevano solo trenta minuti per arrivare, quando andava nella zona dei negozi preferiva camminare, non prendeva l’autobus.
La busta non pesava troppo, solo tre pacchi di farina, un litro di olio di soia e un chilo e mezzo di cipolle, rosse. Avrebbe preferito quelle dorate che hanno un aroma più forte, quello che un po’ assomiglia all’aroma delle cipolle del Pakistan.
Era la fragranza intensa e dolce, insieme al profumo del curry che lo avevano accompagnato fin dalla nascita e che avevano nutrito la sua pelle. Forse per quello qui gli dicevano che puzzava.
La farina che aveva comprato era troppo bianca, ma era quella che più si trovava.
“Quello che conta è la cura nella preparazione” si diceva, convinto che il rito della preparazione avrebbe conferito al cibo il sapore atteso.
Ogni gesto era conseguente a quello precedente, senza movimenti inutili, solo le azioni necessarie: è il ritmo, la cadenza delle mani che impastano farina e acqua, la misura della palla di farina da mettere a riposare almeno per un’ora… queste erano le cose più importanti.
La farina asciutta sparsa sulla tavola di legno deve essere tutta utilizzata per fasciare i pezzi di impasto, per non farli incollare, neppure una minima quantità deve andare persa.

Non era ancora buio, la cabina sulla strada era funzionante. La mente alla famiglia lontana, il desiderio di sentire le affettuose voci lontane, è grande. Nella tessera telefonica internazionale c’era ancora credito. Sapeva che l’internet-point in quel quartiere non c’era, era meglio fermarsi un momento qui, il tempo di una telefonata.
Ahmed uscì dalla cabina e proseguì a camminare, ma la sua mente era ancora a quella casa bianca dove era cresciuto e alle ultime parole che la madre gli aveva detto:” Quando ti sei sistemato, ritorni a trovarci? Tua sorella ti aspetta… ricordati delle fotografie così posso vedere come stai!...”

Grida, risate, bastone, colpi di metallo, pugni, calci… facce istupidite da menti senza idee…
La schiena si piega, una gamba non regge più l’altra che si frantuma, un turbine nella testa, lacrime… dolore cupo, ancora grida, ma le sue questa volta… Grida, grida più forte…
La sirena della polizia, come un fulmine fa sparire chi c’era.
Ahmed è accartocciato sul marciapiede con la busta della spesa stretta vicino al suo corpo.
La mano e un pezzo d’asfalto sul lato di quel corpo immobile, sono coperti dalla densa polvere bianca della farina, uscita dalla busta della spesa con i manici ancora attorcigliati alle dita della mano.
Mentre cadeva a terra Ahmed pensava che non aveva potuto parlare col padre, che doveva richiamarlo per dirgli che stava bene. Non dovevano preoccuparsi, qui le possibilità ci sono, il lavoro sarebbe arrivato presto…


[1] Il pane indiano, una specie di focaccia sottile, senza lievito

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